Il 4 giugno 2026, quasi quarant'anni dopo il referendum che nel 1987 aveva spento le ultime centrali italiane, la Camera dei Deputati ha approvato con 155 voti favorevoli il disegno di legge delega sull'energia nucleare sostenibile, presentato dal Governo nell'autunno del 2025.
Per chi segue le vicende energetiche del Paese, non è una sorpresa. Quella sul nucleare è una riflessione che si autoalimentava da almeno cinque anni, accelerata dalle crisi di approvvigionamento del gas, dall'instabilità dei prezzi delle materie prime energetiche e dagli obiettivi di decarbonizzazione imposti dall'Unione Europea entro il 2050. Con quel voto, forse anche finalmente, il dibattito ha lasciato la dimensione teorica per entrare in quella concreta, ossia quella legislativa.
A questo punto, per chi opera nel settore delle costruzioni, la questione principale diventa una sola: cosa cambierà concretamente per i cantieri italiani?
Cosa dice davvero la legge
La risposta onesta è che la legge, per ora, non “appalta” nulla. Il DDL è una legge delega: crea il quadro giuridico entro cui il Governo potrà, nei dodici mesi successivi all'approvazione definitiva, emanare i decreti attuativi necessari a regolare autorizzazioni, controlli, gestione del ciclo di vita degli impianti e sostegni economici. I cantieri fisici, le gare d'appalto, le prime imprese a lavoro sono in una fase ancora successiva, ad oggi, neanche immaginata.
Sul piano industriale, negli ultimi mesi, il segnale più concreto è stata la costituzione di Nuclitalia S.r.l., joint venture tra Enel (51%), Ansaldo Energia (39%) e Leonardo (10%). Nuclitalia ha il compito di selezionare le tecnologie più adatte al sistema italiano — con focus sugli “Small Modular Reactor” raffreddati ad acqua — e di costruire le partnership industriali necessarie alla loro attivazione. Siamo dunque ancora in una fase embrionale del processo e, consci dei tempi che servono per la realizzazione di determinate opere, crediamo serva un’immediata accelerazione nei lavori.
I tempi della realizzazione
Non a caso, chi ha familiarità con i grandi cantieri sa che i tempi della politica e i tempi del calcestruzzo armato raramente coincidono. In ambito nucleare, questo divario si amplia particolarmente.
Due esempi recenti aiutano a calibrare le aspettative: La centrale di Flamanville, in Francia, è entrata in funzione nel dicembre 2024 con dodici anni di ritardo rispetto alle previsioni originarie. Il costo è passato da 3,3 miliardi di euro iniziali a oltre 13 miliardi, escludendo gli oneri finanziari. Hinkley Point C, nel Regno Unito, avviato nel 2017 con previsione di completamento nel 2025, è ora stimato a circa 35 miliardi di sterline — quasi il doppio del preventivo — con una data di consegna slittata al 2030.
Quelli appena raccontati, purtroppo, non sono casi eccezionali: sono condizioni frequenti della costruzione nucleare su grande scala. La tecnologia SMR, su cui punta l'Italia, promette di ridurre tempi e costi attraverso la modularità e la prefabbricazione dei componenti, ma la sua disponibilità commerciale è stimata non prima del 2030. Ne consegue che, nella migliore delle ipotesi, i risultati di tale direzione politica si inizieranno a percepire fra molti anni.
Quando entra in gioco il settore delle costruzioni?
Compreso questo aspetto - non di poco conto - l'errore da non commettere sarebbe quello di considerare il nucleare come un’opportunità lontana, irrilevante per chi opera nel settore oggi. Le opportunità concrete per le imprese di costruzioni e infrastrutture sono reali, anche a breve e medio termine.
Sul piano realizzativo, la costruzione di un impianto nucleare — anche nella versione modulare SMR — richiede opere di ingegneria civile di altissima complessità: fondazioni speciali, strutture in calcestruzzo ad alte prestazioni, sistemi di contenimento, vasche di raffreddamento, edifici ausiliari e opere di connessione alla rete elettrica. Sono lavori che richiedono qualificazioni specifiche e che in Italia, oggi, soltanto un numero limitato di operatori è in grado di eseguire.
Parallelamente, sul piano delle infrastrutture di supporto, un programma nucleare genera domanda di strade, accessi ferroviari, reti energetiche di trasmissione, alloggi e servizi per i lavoratori del cantiere. Tutto lavoro civile ordinario, ma con volumi straordinari.
Sul piano dell'occupazione, le stime governative parlano di oltre 117.000 posti di lavoro tra diretti e indotto nelle fasi di progettazione, costruzione, esercizio e ricerca. Un numero che presuppone una filiera industriale capace di formare e assorbire queste competenze nel tempo.
La questione che nessuno vuole affrontare
Un altro aspetto che va assolutamente affrontato e che il dibattito pubblico tende a glissare è legato ai processi di smaltimento: l'Italia non ha ancora individuato depositi nazionali per le scorie radioattive. Non quelle future, eventualmente prodotte dalle nuove centrali — ma quelle già esistenti, residuo del passato nucleare degli anni Settanta e Ottanta. Una questione tecnica, ambientale e politica che ogni comune candidato ad ospitarlo rifiuta con determinazione.
Costruire nuove centrali senza risolvere il problema dei rifiuti esistenti non è impossibile, ma è politicamente complesso oltre che rischioso. E la localizzazione dei nuovi impianti — su cui nessun territorio vuole sbilanciarsi — è l'altro ostacolo sistemico che il DDL non risolve (ancora).
La posizione di chi costruisce
Ciò nonostante, il ritorno del nucleare in Italia è ormai un processo avviato, non reversibile nel breve periodo. Per le imprese del settore costruzioni, per noi di Cetola S.p.A., la strategia più razionale non è né di entusiasmo incondizionato, né d’attesa passiva. È quella di chi monitora l'evoluzione normativa, costruisce le competenze tecniche necessarie - come stiamo già facendo - stabilisce le partnership con i player industriali del comparto e si posiziona in anticipo su un mercato che, quando si aprirà davvero, richiederà capacità uniche e rare.
Noi di Cetola S.p.A. guardiamo a questo scenario con la concretezza di chi ha costruito grandi impianti per quarant’anni. Il nostro impegno è immaginare e realizzare il futuro insieme alle persone che quel futuro hanno scelto di viverlo e per questo avremo bisogno, prima di tutto, di chi sa “costruire” per davvero.
Cetola S.p.A.
Diamo forma al tuo futuro